mercoledì 8 maggio 2013

Il Senno di Poi

Dopo la tragedia dell'altra notte al porto di Genova, ti viene in mente la solita domanda. Perché in pieno ventunesimo secolo non si riesce a prevenire catastrofi così assurde come l’urto di una portacontainer di 240 metri di lunghezza contro la torre di controllo del porto di Genova?
La risposta che ti viene è sempre la stessa: certo che si poteva, ma nessuno lo ha fatto. Semplicemente perché nessuno ha mai pensato che una cosa del genere potesse accadere.

Per esempio oggi ci si potrebbe chiedere come mai all’entrata del porto di Genova ci fosse una torre di controllo completamente indifesa, a pochi metri di distanza dal molo, esposta all'evidente minaccia di essere colpita da una nave in avaria e di cadere sui palazzi circostanti.
Io stesso sono passato tante volte nel porto di Genova, a bordo di traghetti più o meno sgangherati in arrivo dalla Sardegna. Quella torre così vicina alla nave mi è capitato di notarla. La sua testa di vetro conferiva al porto un che di moderno, faceva quasi da contraltare tecnologico alla Lanterna, che guarda caso gli antichi genovesi avevano costruito lontano dal mare. Forse maligno, ma secondo me quella torre in quel punto ci stava più per essere notata dalle navi di passaggio che per ragioni pratiche.
Nell’epoca dei radar, quel palo di quaranta metri messo lì non aveva alcun senso. E probabilmente gli sfortunati portuali che ci lavoravano sopra se ne erano accorti.

Lo so, lo so. Questo è ciò che si chiama il Senno di Poi. Quella saggezza inutile che di solito le persone un po’ saccenti tirano fuori quando ormai è troppo tardi.
A volte però, forse il Senno di Poi dovrebbe essere preso un po’ più sul serio. Soprattutto da noi italiani. 
In primo luogo perché ci consentirebbe di attribuire con chiarezza le responsabilità di eventi così disastrosi. E dio sa quanto ne avremmo bisogno. In secondo luogo, perché il Senno di Poi può diventare un alleato per prevenire tragedie uguali o peggiori di questa.

Insomma se applicato correttamente il Senno di Poi può diventare il Senno di Prima.
E magari salvare tante vite umane.

martedì 7 maggio 2013

Il Divo e la Lady (di ferro).


Margaret Thatcher e Giulio Andreotti sono morti esattamente a un mese di distanza.

Sono stati due protagonisti della storia del dopoguerra, seppure in paesi diversi e in modi opposti. Energica, estroversa, sanguigna lei. Sottile, astuto e cinico lui. La Thatcher è stata impegnata in una guerra feroce contro lo stato sociale inglese. E ha vinto. 
Andreotti si è limitato per anni a ‘gestire’ il potere. Che in Italia significava (e significa ancora) scendere a patti coi tanti diavoli che infestano il paese. E forse ha vinto anche lui.

Nei giorni che hanno preceduto i funerali della Thatcher, in molte città dell’Inghilterra si è assistito a vere e proprie scene di giubilo. Ieri, alla morte di Andreotti ha fatto seguito un'ondata di scherno e di ironia tutt'altro che rispettosa, cui anche la stampa ‘autorevole’ non ha esitato a fare da eco. 'Belzebù' è morto, ha detto qualcuno.

Mi chiedo se tutto ciò sia lecito o almeno comprensibile. E mi rispondo di sì.

I due leader non erano tiranni, ma esponenti di partiti democraticamente eletti. Non sono stati pericolosi nemici della libertà. Anzi, entrambi erano persone rispettabili, almeno nei comportamenti privati. Chi li conosceva non fa che dirne un gran bene.
E allora perché tanto disprezzo? Forse perché Andreotti e la Thatcher sono stati per decenni il simbolo di una politica che ha segnato, nel bene e nel male, la storia dei paesi che hanno governato. Oltre che dei benefici (oggi quasi misconosciuti o dimenticati), si sono dovuti assumere la responsabilità dei disastri e delle brutture che quella politica ha prodotto. E infatti da pensionati hanno vissuto entrambi l’isolamento e lo scherno degli sconfitti dalla Storia.

In fondo è normale e credo che entrambi lo sapessero bene. Il potere logora chi non ce l’ha, amava dire  Andreotti. Pure Churchill,  si dice, non è stato molto amato in vecchiaia. 
E forse perfino i potenti qualche volta provano vergogna e un po’ di odio verso se stessi.

Non a caso entrambi hanno rifiutato i funerali di stato.