martedì 7 maggio 2013

Il Divo e la Lady (di ferro).


Margaret Thatcher e Giulio Andreotti sono morti esattamente a un mese di distanza.

Sono stati due protagonisti della storia del dopoguerra, seppure in paesi diversi e in modi opposti. Energica, estroversa, sanguigna lei. Sottile, astuto e cinico lui. La Thatcher è stata impegnata in una guerra feroce contro lo stato sociale inglese. E ha vinto. 
Andreotti si è limitato per anni a ‘gestire’ il potere. Che in Italia significava (e significa ancora) scendere a patti coi tanti diavoli che infestano il paese. E forse ha vinto anche lui.

Nei giorni che hanno preceduto i funerali della Thatcher, in molte città dell’Inghilterra si è assistito a vere e proprie scene di giubilo. Ieri, alla morte di Andreotti ha fatto seguito un'ondata di scherno e di ironia tutt'altro che rispettosa, cui anche la stampa ‘autorevole’ non ha esitato a fare da eco. 'Belzebù' è morto, ha detto qualcuno.

Mi chiedo se tutto ciò sia lecito o almeno comprensibile. E mi rispondo di sì.

I due leader non erano tiranni, ma esponenti di partiti democraticamente eletti. Non sono stati pericolosi nemici della libertà. Anzi, entrambi erano persone rispettabili, almeno nei comportamenti privati. Chi li conosceva non fa che dirne un gran bene.
E allora perché tanto disprezzo? Forse perché Andreotti e la Thatcher sono stati per decenni il simbolo di una politica che ha segnato, nel bene e nel male, la storia dei paesi che hanno governato. Oltre che dei benefici (oggi quasi misconosciuti o dimenticati), si sono dovuti assumere la responsabilità dei disastri e delle brutture che quella politica ha prodotto. E infatti da pensionati hanno vissuto entrambi l’isolamento e lo scherno degli sconfitti dalla Storia.

In fondo è normale e credo che entrambi lo sapessero bene. Il potere logora chi non ce l’ha, amava dire  Andreotti. Pure Churchill,  si dice, non è stato molto amato in vecchiaia. 
E forse perfino i potenti qualche volta provano vergogna e un po’ di odio verso se stessi.

Non a caso entrambi hanno rifiutato i funerali di stato.

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