Margaret Thatcher e Giulio Andreotti sono morti esattamente a un
mese di distanza.
Sono stati due protagonisti della storia del dopoguerra,
seppure in paesi diversi e in modi opposti. Energica, estroversa, sanguigna
lei. Sottile, astuto e cinico lui. La Thatcher è stata impegnata in una guerra feroce
contro lo stato sociale inglese. E ha vinto.
Andreotti si è limitato per anni a
‘gestire’ il potere. Che in Italia significava (e significa ancora) scendere a patti
coi tanti diavoli che infestano il paese. E forse ha vinto anche lui.
Nei giorni che hanno preceduto i funerali della Thatcher, in
molte città dell’Inghilterra si è assistito a vere e proprie scene di giubilo.
Ieri, alla morte di Andreotti ha fatto seguito un'ondata di scherno e di
ironia tutt'altro che rispettosa, cui anche la stampa ‘autorevole’ non ha esitato a fare da eco. 'Belzebù' è morto, ha detto qualcuno.
Mi chiedo se tutto ciò sia lecito o almeno comprensibile. E mi rispondo di sì.
I due leader non erano tiranni, ma esponenti di
partiti democraticamente eletti. Non sono stati pericolosi nemici della libertà.
Anzi, entrambi erano persone rispettabili, almeno nei comportamenti privati.
Chi li conosceva non fa che dirne un gran bene.
E allora perché tanto disprezzo? Forse perché Andreotti e la
Thatcher sono stati per decenni il simbolo di una politica che ha segnato, nel
bene e nel male, la storia dei paesi che hanno governato. Oltre che dei
benefici (oggi quasi misconosciuti o dimenticati), si sono dovuti assumere la
responsabilità dei disastri e delle brutture che quella politica ha prodotto. E
infatti da pensionati hanno vissuto entrambi l’isolamento e lo scherno degli sconfitti dalla
Storia.
In fondo è normale e credo che entrambi lo sapessero
bene. Il potere logora chi non ce l’ha, amava dire Andreotti. Pure Churchill, si dice, non è stato molto amato in
vecchiaia.
E forse perfino i potenti qualche volta provano vergogna e un po’ di
odio verso se stessi.
Non a caso entrambi hanno rifiutato i funerali di stato.

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